martedì, Gennaio 13, 2026
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Sicurezza a Caltagirone, intervista al Commissario dell’MPA Grande Sicilia, Pietro Cracò: “governare la paura, rafforzare la comunità”

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La sicurezza torna al centro del dibattito pubblico a Caltagirone, tra episodi che alimentano preoccupazione e una diffusa richiesta di risposte concrete. In un contesto in cui la percezione di insicurezza rischia di trasformarsi in paura e sfiducia, diventa fondamentale distinguere i fatti dalle narrazioni e interrogarsi su quali strumenti possano davvero rafforzare il tessuto sociale. Su questi temi abbiamo intervistato il Commissario cittadino dell’MPA Grande Sicilia, Pietro Cracò, per analizzare la situazione attuale della sicurezza in città, il ruolo delle istituzioni e della politica locale e le strategie necessarie per governare la paura senza esasperarla, puntando invece su prevenzione, coesione e partecipazione della comunità.

Commissario, le ultime vicende di cronaca raccontano una città attraversata da un forte senso di apprensione. Qual è la sua valutazione sulla sicurezza a Caltagirone?

“È evidente che a Caltagirone si stia vivendo una fase di preoccupazione diffusa. I furti in abitazione che si sono verificati negli ultimi mesi, soprattutto in alcune zone residenziali e periferiche, hanno inciso sulla serenità quotidiana dei cittadini.
Detto questo, è importante mantenere equilibrio. Non siamo di fronte a una città fuori controllo, ma a un fenomeno anomalo rispetto alla storia recente di Caltagirone, che non è mai stata abituata a una sequenza così ravvicinata di episodi criminali. Proprio questa discontinuità ha amplificato il senso di paura”.

In questo contesto, che responsabilità ha la politica locale?

“La sicurezza non può e non deve diventare terreno di scontro o di letture ideologiche di parte politica. È una responsabilità istituzionale che va esercitata con serietà e senso dello Stato. L’amministrazione comunale ha avviato tavoli tecnici con la Prefettura e con le Forze dell’Ordine, e questo è un passaggio corretto. Oggi, però, la politica è chiamata a fare un passo ulteriore: chiedere con forza, nelle sedi opportune, un rafforzamento delle risorse umane a disposizione del territorio. Caltagirone insiste su un comprensorio vastissimo, uno dei più estesi della Sicilia, e questo rende più complesso il presidio. Non siamo in una fase emergenziale tale da richiedere strumenti straordinari come il progetto “Strade Sicure”, ma è il momento giusto per sollecitare, a partire dalla Prefettura, l’assegnazione di personale aggiuntivo, anche attraverso reparti operativi mobili, che possano rafforzare in modo strutturale il territorio del Calatino. Non perché oggi esplode un problema, ma perché questo territorio ne ha bisogno da tempo.

Qual è invece il ruolo delle Forze dell’Ordine in questa fase?

“Il ruolo delle Forze dell’Ordine resta centrale e va ribadito con chiarezza. La tutela dell’ordine pubblico, la prevenzione e l’attività investigativa competono esclusivamente a loro, sotto il coordinamento della Prefettura. Le Forze dell’Ordine stanno svolgendo un lavoro attento e professionale e stanno portando avanti indagini che, ne sono certo, porteranno all’individuazione dei responsabili. La politica deve sostenere questo lavoro, creando le condizioni migliori affinché possa essere svolto in modo efficace”.

Nel frattempo, però, assistiamo alla nascita di ronde e iniziative spontanee dei cittadini. Come va letto questo fenomeno?

“È un fenomeno che va attenzionato, non lasciato senza guida. Le ronde nascono dalla paura, dal bisogno di protezione che una comunità avverte quando si sente vulnerabile.
Il problema sorge quando queste iniziative restano spontanee e non governate, perché rischiano di creare ulteriore insicurezza: possono generare confusione, sovrapposizioni, segnalazioni incontrollate e, nei casi peggiori, incidenti che finiscono per aggravare il quadro complessivo”.

Cosa intende quando parla di “governare” queste iniziative?

“Intendo dire che la partecipazione dei cittadini non può essere lasciata all’improvvisazione. I gruppi WhatsApp auto-organizzati, per esempio, spesso finiscono per alimentare una catena di comunicazioni allarmistiche che non aiuta né i cittadini né l’attività di prevenzione. Esistono invece strumenti previsti dall’ordinamento, come le associazioni di osservatori volontari, disciplinate dalla legge n. 94 del 2009 e dal Decreto del Ministero dell’Interno dell’8 agosto 2009, che definiscono ambiti esclusivamente osservativi e di segnalazione, escludendo qualsiasi forma di ronda, pattugliamento o intervento diretto.
Parliamo quindi di un modello passivo, regolato e istituzionalmente riconosciuto, pensato proprio per evitare improvvisazioni e qualsiasi sostituzione delle Forze dell’Ordine”.

Questo modello di partecipazione civica è già stato adottato in altre realtà?

“Sì, infatti a ciò viene comunemente correlato il “governo del vicinato”. Si tratta di una forma di partecipazione civica già sperimentata in molte città italiane, distinta dagli osservatori volontari ma complementare ad essi, che consente di organizzare la collaborazione dei cittadini in modo ordinato, condiviso e riconosciuto a livello amministrativo. Non è una risposta estemporanea, ma una modalità che, se ben governata dalle istituzioni, rafforza il legame tra comunità e Stato senza creare conflitti, allarmismi o derive pericolose”.

Guardando al futuro, quale deve essere la visione politica e amministrativa della città?

“Proprio perché mi auguro che questa situazione sia transitoria, è doveroso che la politica e l’amministrazione colgano l’occasione per costruire oggi strumenti che potranno essere utili domani. Dinanzi a una fase emergenziale come questa, è corretto porre in essere tutte quelle attività che servono nell’immediato, ma che devono diventare anche patrimonio organizzativo stabile: l’osservatorio dei volontari, il governo del vicinato, le azioni sulla prevenzione urbana. Accanto a ciò, l’amministrazione deve continuare a programmare interventi che incidano sulla sicurezza quotidiana: illuminazione pubblica, visibilità degli spazi, informazione ai residenti, coinvolgimento delle associazioni, dei comitati di quartiere e delle realtà sociali ed educative. La sicurezza non è solo repressione del crimine, ma anche cura del territorio, organizzazione della città e visione strategica di lungo periodo”.

C’è un’ultima considerazione che sente di aggiungere su questo tema?

“C’è poi un sentimento diffuso che non va ignorato, soprattutto tra i cittadini che hanno subito direttamente questi reati: il bisogno di certezza della pena. La percezione che chi viene colto in flagrante o arrestato possa tornare rapidamente in libertà alimenta frustrazione e sfiducia. È bene chiarire che questo tema non riguarda le decisioni locali né il lavoro delle Forze dell’Ordine o della magistratura, ma attiene a un livello diverso, quello delle scelte legislative e delle riforme in materia penale. È un dibattito che deve essere affrontato in sede parlamentare, con equilibrio e responsabilità, perché la sicurezza percepita passa anche dalla fiducia che le regole siano effettive e rispettate”.

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