lunedì, Febbraio 2, 2026
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Giù le mani da San Bartolo, la sorgente in Agro di Aidone sul monte Rossomanno, storia e vita di Raddusa

A Raddusa, da mesi, c’è una voce che circola con una facilità disarmante. Si sente nei bar, nelle piazze, nei discorsi a mezza voce: “è per legge, è obbligatorio cedere tutto”. Una frase breve, rassicurante per chi amministra e disarmante per chi ascolta. Peccato che, quando si parla di acqua, e soprattutto dei pozzi di San Bartolo, le frasi fatte siano il modo migliore per togliere dignità alla verità. La sorgente di San Bartolo, in Agro di Aidone sul monte Rossomanno, non è una pratica burocratica né una voce di bilancio. È una pagina di storia che coincide con la sopravvivenza stessa di Raddusa. Senza quell’acqua, questo paese avrebbe rischiato di morire di sete. E non è un’espressione retorica. Basta tornare indietro di oltre un secolo, quando nel 1904 fu completata la prima condotta idrica che portò l’acqua potabile a Raddusa, in due “bevai” agli ingressi del paese, grazie all’amministrazione guidata dall’avvocato Pittari, dopo anni di mutui, espropri e sacrifici sostenuti dalla comunità. Già nel 1894 il sindaco Filippo Rindone aveva descritto con parole durissime la condizione in cui vivevano i cittadini, costretti a bere l’acqua del fiume, la stessa in cui si faceva il bucato, si macerava il lino e dove gli animali lasciavano i loro escrementi. Quelle righe, che ho avuto modo di leggere nel libro “Breve storia di Raddusa” del Prof. Riccardo Allegra, non parlavano solo di igiene pubblica, ma di umiliazione e di disuguaglianza, di un paese povero ma consapevole che l’acqua potabile non era un lusso, bensì un diritto. Nel tempo San Bartolo è diventata la spina dorsale idrica di Raddusa. Nel 1968 furono realizzati i pozzi moderni, con maggiore capacità di estrazione, e una nuova condotta. Per decenni, tra il 1956 e il 1975, mentre si alternavano sindaci come Ettore Mazzucca, Di Gregorio e Filippo Occhipinti, e muoveva i primi passi il giovane vicesindaco Giovanni Allegra, l’acqua è rimasta una priorità assoluta. E proprio in anni più recenti, tra il 2017 e il 2022, è stata realizzata anche la condotta dalla diga dell’Ancipa, un’opera fortemente voluta dall’allora sindaco Allegra, che ottenne persino il passaggio gratuito dai proprietari dei terreni. Questa è la storia che oggi qualcuno vorrebbe liquidare con un “ce lo chiede la legge”. Ma la legge non cancella la realtà: Raddusa è proprietaria dei suoi pozzi e delle sue condotte. Non tutti i Comuni sono nella stessa situazione. Castel di Iudica, che ha recentemente trasferito la gestione del servizio idrico, non è proprietario di fonti proprie. Raddusa sì. Ed è una differenza enorme, che cambia tutto.Affidare la gestione a una società sovracomunale come SIE S.p.A. non è un passaggio tecnico neutro. Significa consegnare le chiavi dell’acqua a un soggetto che risponde a logiche di ambito, non alle esigenze specifiche di un piccolo paese dell’entroterra. Significa accettare che, un domani, in caso di emergenze o carenze, l’acqua di San Bartolo possa essere considerata una risorsa da redistribuire altrove. Non per cattiveria, ma per sistema. Chi gestisce l’acqua decide dove va l’acqua. E quando le decisioni si prendono lontano dal territorio, il territorio smette di contare. Per questo non basta dire che “è obbligatorio”. Per questo non basta mandare avanti voci rassicuranti nei bar. Per questo serve trasparenza, documenti, confronto pubblico.
Il Comitato Viva Raddusa ha chiesto con chiarezza la convocazione di un Consiglio Comunale aperto, per discutere pubblicamente dell’eventuale trasferimento della gestione idrica. Una richiesta legittima, fondata su norme, sentenze e sul principio, sancito anche dal referendum del 2011, che l’acqua è un bene comune. A questa richiesta, finora, non è seguita una risposta politica all’altezza della questione. E allora la domanda diventa inevitabile. Se davvero tutto è già deciso, se davvero non esistono alternative, perché non dirlo in Consiglio Comunale, davanti ai cittadini? Perché non mettere per iscritto le garanzie che l’acqua di San Bartolo resterà a Raddusa, oggi e domani? Perché non spiegare, nero su bianco, cosa si perde e cosa si guadagna? Ai consiglieri comunali di Raddusa va rivolto un appello diretto, che non può più essere rinviato. Qui non si tratta di maggioranza o opposizione, di schieramenti o di convenienze. Qui si tratta di una responsabilità storica. Chi alzerà la mano su una decisione che riguarda l’acqua dovrà poter dire, domani, di averlo fatto con piena consapevolezza e alla luce del sole. Perché l’acqua di San Bartolo non è un atto amministrativo qualunque. È la storia di Raddusa. Ed è, ancora oggi, il suo futuro.

Salvatore Christian Parlacino

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