Il cognome è di quelli che a Raddusa non passano inosservati. Giuseppe Paternò Raddusa, discendente del Marchese Vincenzo Maria Paternò, fondatore della città nel 1810, oggi vive e lavora a Milano, dove si è affermato come autore e sceneggiatore. Scrittore, podcaster, autore per il cinema, nelle ultime settimane è tornato sotto i riflettori nazionali per il suo ultimo libro, “Atlante della Nera Milanese”, pubblicato da UTET, dopo il successo di Demoni Urbani – I mostri sono tra noi. Ma qual è il rapporto con la sua terra d’origine? «Ho un rapporto civile», racconta con lucidità. «Da piccolo avevo iniziato a studiare qualcosa in un grande libro che i miei nonni tenevano sul pianoforte. Mi rimprovero di non aver approfondito di più quella che considero una fortuna: poter disporre dell’albero genealogico di una parte importante della mia famiglia». Della figura del Marchese fondatore lo affascina soprattutto «l’aver dato vita a una città collettore di storie diverse, ieri come oggi». L’eredità che sente davvero sua, però, è un’altra: «Sono cresciuto in case piene di persone, di caratteri forti, di umanità istrioniche. Assorbivo tic, modi di dire, facevo domande a tutti. Quella è la mia vera eredità storica. Ingombrante, ma ancora viva». Il trasferimento al Nord non è stato semplice. «Quando ho lasciato Catania mi sono messo a piangere», confessa. Per anni Milano gli è sembrata austera, distante. «Ci vivevo, ma non ci capivamo». Poi, durante il Covid, qualcosa cambia. «Guardavo la mappa della città e mi rendevo conto che era più piccola di quanto pensassi. Ho iniziato a innamorarmene». Ed è proprio Milano la protagonista dei suoi lavori più recenti. In Demoni Urbani e nel nuovo Atlante della Nera Milanese, Paternò scava nel lato oscuro della metropoli. «La parola “mostro”? Tornassi indietro ci rifletterei di più. È efficace, ma rischia di diventare una scorciatoia. Se chiami un assassino “mostro”, lo allontani dalla normalità. Invece chi uccide spesso conduce vite apparentemente ordinarie». L’Atlante non è solo un catalogo di delitti. È, nelle sue parole, «un atto d’amore verso Milano». Una città che identifica con il Novecento: il teatro di Strehler, la musica di Fiorenzo Carpi, l’architettura di Gae Aulenti, ma anche le ombre di Vallanzasca, Rina Fort, le ferite politiche e sociali. «Fino a cinquant’anni fa a Milano si moriva per strada», ricorda. «Oggi si parla molto di sicurezza, ma è importante avere memoria storica. Il crimine cambia forma perché cambia la società». Tra i personaggi che più lo hanno colpito c’è Angelo Epaminonda, detto “il Tebano”, boss degli anni Settanta: «Un personaggio a metà tra Riccardo III e Goodfellas. Non positivo, certo. Ma magnetico». Paternò insiste molto sulla responsabilità di chi racconta fatti reali. «Mi è capitato di sbagliare, e me ne sono sentito in colpa. Raccontare storie vere comporta un margine di errore elevato. Oggi vedo troppa superficialità: non si può pensare di spiegare questioni complesse in un reel da pochi secondi». A Raddusa è tornato più volte. «È bellissima, a partire dal nome. Arabo, evocativo, pietroso ed elegante. Mi fa pensare al grano». Qui ha trovato accoglienza e amicizie sincere. Ricorda con affetto figure come Francesco Grassia e Giusy Allegra, «due raddusani di spicco che hanno dato tanto alla comunità». Ai giovani del paese lascia un consiglio chiaro: «Circondatevi di persone perbene. Siate ostinati ma non ossessivi. E trovate sempre un piano B per salvare l’anima, il fisico e il cervello. I “no” sono all’ordine del giorno. Tocca attrezzarsi».
Salvatore Christian Parlacino




