domenica, Aprile 14, 2024
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Caltagirone: Non solo omaggi a Pasolini, ma anche manifesto di politica. “L’amore ha colto nel segno”

Non è facile appiccicarsi il pubblico addosso, per quanto colto, con una rappresentazione quasi “monologica”, in cui il racconto, se così vogliamo chiamarlo, si dispiega più attraverso le parole che attraverso le azioni. In questo, “Solo l’amore conta” vince perché Costa ha quella capacità di mettere insieme le parole nel modo giusto, utilizzando climax spigolosi ma avvincenti, aggettivazioni quasi “petrarchesche”, che si accumulano fino a strutturare un’arringa che in un modo o nell’altro arriva, commuove. Non è un teatro privo di intellettualismi, soprattutto nel prologo, ma la complessità è così plateale da dover essere necessariamente frutto di una ricerca: se l’operaio non è in grado di capire questo teatro è perché la classe dirigente non gli ha dato gli strumenti necessari. Nonostante questa voluta pomposità appesantisca un po’ la fase iniziale dello spettacolo, la giustificazione politica che se ne dà ristabilisce prontamente l’ordine, facendo in modo che l’opera non si limiti ad essere un omaggio a Pier Paolo Pasolini, ma si configuri come manifesto di un teatro irrimediabilmente politico. La narrazione tocca tanto la letterarietà quanto la politicità del Pasolini, ma ciò in cui riesce meglio è sicuramente l’aspetto biografico, relazionale, che raggiunge il suo culmine nell’abbraccio con la madre, interpretata da una poliedrica Alice Ferlito, fondamentalmente ineccepibile. La figura di Nicola Costa è credibilissima in questo ruolo: è un attore indecifrabile, a tratti incomprensibile, adatto, insomma, a rappresentare un personaggio controverso e misterioso come Pasolini. L’attore e il personaggio si assomigliano, la fisionomia di Nicola rimanda a quella di Pier Paolo, e durante la visione si ha l’impressione che a parlare non sia nessuno dei due, ma una loro perfetta con-fusione, che mette l’accento proprio sulle contraddizioni, sulla “provocatorietà” di un intellettuale silenziato, messo a tacere. Costa-Pasolini si fa beffe degli astanti in quanto borghesi, allo stesso modo in cui Fabri Fibra smascherò il conformismo e l’ipocrisia del suo pubblico gridandogli in faccia quel “Tranne Te” che risuona ancora nella memoria collettiva. Ed esiste una tradizione culturale che si è costruita sull’elogio della povertà, sull’esaltazione della bassezza, e tocca tanto la poesia bucolica quanto il rap, e che Pasolini, nel suo disprezzo per quella infezione corruttiva che è la ricchezza, ha incarnato forse più di ogni altro nel Novecento italiano, e che Costa ha riproposto con brillantezza. E il messaggio che, alla fine, ciò che conta è l’amore coglie nel segno.

Giovanni Salonia

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