C’è sempre un momento dell’estate
Un’estate segnata ancora dal dolore riapre il tema della sicurezza stradale: meno fatalismo, più prevenzione e responsabilità collettiva.
C’è sempre un momento dell’estate che ti ricorda come l’inevitabile arriva sempre.
Chi, come me, vive questa città da quando è nato non può non fare mente locale alle tante perdite di vite giovani spezzate negli anni.
Ognuno di noi ha ben impresso un volto, una dinamica, una bara, i ricordi di qualcuno che conoscevamo e che ora non c’è più.
Il mio sarà forse un ragionamento provincialistico, ma l’estate, soprattutto l’estate, a Caltagirone chiede spesso il sacrificio di una vita giovane.
Non me ne vogliano le persone a me care, che stimo, se scrivo questo articolo pungolando quelle ferite che le loro anime sentono e sentiranno sempre per la perdita di un proprio caro. È vero, probabilmente, che non c’è peggior condanna del sopravvivere alla vita spezzata di un proprio figlio.
Non si tratta di fatalismo, però.
Quando si parla di fatalismo si parla di un anestetico per lo spirito e per la mente. Ci si interroga. E non sono io la persona professionalmente più adatta a raccontare i disagi dei giovani, vissuti in ogni epoca in modo diverso, o a spiegare come la spregiudicatezza di pensare di avere il mondo nelle proprie mani ti faccia superare il limite dei propri mezzi per capire, anche inconsapevolmente, cosa ci sia oltre quel limite.
Ma se ogni anno la nostra comunità è colpita da un lutto privato che viene vissuto come tragedia collettiva, oltre ai rimproveri o alle raccomandazioni propinate ai propri cari e ai giovani ragazzi, qualcosa di più andrebbe fatto.
Primo fra tutti: la sicurezza delle nostre strade.
Proprio in questi giorni i social ci consegnano le foto strazianti del muro “diventato del pianto”, dove si è spezzata la giovane vita di un diciottenne.
Faccio mio il ricordo di quasi quarant’anni fa, quando, giovane adolescente, piangevo la vita spezzata, nello stesso tratto di strada, del mio compagno di compiti e di videogame, Nello Paci.
Dinamica simile, probabilmente. Stessa fine.
E da quel giorno di un giugno di tanti anni fa — se non ricordo male era giugno — a oggi, quando percorro le strade di Caltagirone, sono diverse le vie, gli incroci, le curve che mi fanno tornare alla mente la perdita di qualche giovane, conosciuto personalmente o attraverso una notizia di cronaca.
Le strade sono il principale pericolo nel momento in cui si muore per incidente autonomo. È un dato di fatto oggettivo.
Se all’esuberanza giovanile si contrappongono protezioni e barriere volte a evitare l’evitabile, probabilmente oggi piangeremmo meno giovani morti. O forse no.
Ma è proprio su questo che dobbiamo riflettere come comunità e anche come amministratori: su come e cosa poter fare.
La morte di un ragazzo deve poterci dire che qualcosa si deve fare.
Ed è qui che una strategia come Vision Zero può offrire una prospettiva diversa.
Vision Zero ha dimostrato al mondo come quella che sembrava un’utopia possa diventare una concreta strategia di sicurezza: nessun decesso sulle nostre strade deve essere considerato accettabile o inevitabile.
Non è un semplice slogan, ma un cambio totale di prospettiva.
Se l’errore umano e la spregiudicatezza della giovinezza sono variabili che non potremo mai azzerare del tutto, la tolleranza della strada verso quell’errore deve invece diventare assoluta.
Le città che hanno fatto propria questa filosofia non si sono limitate a piangere le vittime o a invocare la prudenza. Hanno ridisegnato i propri spazi.
Hanno capito che, se un ragazzo sbaglia una manovra o perde il controllo, non deve trovare ad attenderlo un muro d’impatto o una barriera pericolosa, ma un’infrastruttura progettata per perdonare quell’errore e salvargli la vita.
Significa ripensare i nostri incroci ciechi, installare protezioni adeguate nei punti critici, rallentare i flussi dove il pericolo è costante.
Significa, in definitiva, smettere di considerare queste tragedie come un tributo stagionale da pagare al destino e iniziare a trattarle per quello che sono: fallimenti collettivi ai quali la politica, la tecnica e la comunità hanno il dovere morale di porre rimedio.
Perché il ricordo di Nello, e di tutti i ragazzi che abbiamo lasciato su quell’asfalto, non sia soltanto una ferita che si riapre a ogni estate, ma l’inizio di una promessa: fare in modo che l’ultima croce sia, finalmente, l’ultima davvero.