Furto di Antonello da Messina, assessore Lo Monaco: «Una ferita all’identità siciliana»

Il clamoroso furto delle opere di Antonello da Messina dal Museo regionale Accascina di Messina apre una ferita che va ben oltre il valore economico dei capolavori sottratti.

A cura di Paolo Buda Paolo Buda
18 agosto 2026 10:00
Furto di Antonello da Messina, assessore Lo Monaco: «Una ferita all’identità siciliana» -
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Nella sera di Ferragosto, mentre la città era impegnata nelle celebrazioni della Vara, i ladri hanno portato via le cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, datato 1473, abbandonandone due durante la fuga, e una piccola tavola dipinta sui due lati. Restano quindi disperse quattro opere: tre elementi del Polittico e la tavoletta bifronte. Sul caso indagano gli investigatori specializzati nella tutela del patrimonio culturale. Il Polittico rappresenta un pezzo straordinario della storia artistica messinese: era stato commissionato per il monastero di Santa Maria extra moenia ed è l'unica opera superstite del maestro rimasta nella sua città natale.

Lo Monaco: «Non è soltanto un furto, perdiamo identità»

A intervenire duramente sulla vicenda è Claudio Lo Monaco, assessore alla Cultura e ai Beni culturali del Comune di Caltagirone, che affida ai social una riflessione che parte dal furto ma si allarga alle condizioni nelle quali viene amministrato il patrimonio culturale siciliano. «Il furto di Messina è un furto all'identità siciliana», scrive, ponendo però una domanda scomoda: quanti siciliani conoscevano davvero l'esistenza e l'importanza delle opere custodite al museo messinese?

Per Lo Monaco il problema non può essere ridotto alla sicurezza di una singola struttura. La sua è una critica più generale al ruolo che la cultura occupa nelle scelte pubbliche: risorse destinate ai musei, presenza di assessori specificamente delegati ai Beni culturali nei Comuni, direzioni museali, inventariazione delle collezioni e condizioni dei depositi. «Quanta economia potrebbe derivare da una corretta gestione dei musei?», si domanda l'assessore, contrapponendo gli investimenti strutturali nella cultura alle iniziative capaci di assicurare un consenso politico più immediato.

Il patrimonio che esiste ma spesso non conosciamo

Il paradosso evidenziato da Lo Monaco è particolarmente forte proprio nel caso di Messina. Il Museo Accascina custodisce una delle collezioni più importanti del Mezzogiorno, con opere di Antonello, Caravaggio, Montorsoli, Gagini e Mattia Preti. La Regione stessa indica il Polittico di San Gregorio e la tavola bifronte attribuita ad Antonello fra le opere che hanno contribuito alla conoscenza internazionale del museo.

Da qui lo sfogo dell'assessore calatino: «Molto si è salvato perché non si sa nemmeno che esista». Una provocazione che porta la discussione dal furto alla valorizzazione: possedere un patrimonio straordinario non basta se questo non viene conosciuto, raccontato, catalogato, protetto e trasformato anche in una risorsa culturale ed economica per i territori.

Cappa: «Mi ha segnato profondamente vedere quelle opere in strada»

Alle parole di Lo Monaco fanno eco quelle di Carmela Cappa, funzionaria storico dell’arte della Regione Siciliana dal 2005 al dicembre 2024 presso la Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Catania, dove ha operato nel Servizio beni architettonici, storico-artistici ed etnoantropologici.

«Mi ha segnato questo furto, profondamente», scrive Cappa, soffermandosi soprattutto sull’immagine dei due scomparti del Polittico abbandonati in strada durante la fuga: un gesto che definisce un ulteriore «oltraggio» nei confronti delle opere e degli operatori del museo.

Molto dura anche la sua valutazione sulla gestione della vicenda. Cappa contesta le dichiarazioni della direzione del museo e sottolinea come un patrimonio di tale importanza non possa essere ricondotto alla sola identità messinese: Antonello da Messina e il Polittico di San Gregorio appartengono alla storia dell’arte universale.

Ansa

Nelle sue parole torna poi un problema che coincide con quello sollevato da Lo Monaco: la scarsità di funzionari e dirigenti con competenze specifiche nella tutela. «Con pochi funzionari e dirigenti davvero responsabili non vedo speranza», afferma, esprimendo invece piena fiducia nel Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, del quale ricorda «attenzione, competenza e sensibilità».

Patanè: «Una fucilata al cuore di questa terra»

Poche parole, altrettanto nette, arrivano da Paolo Patanè, direttore dell'Ente gestore del sito UNESCO “Le Città Tardo Barocche del Val di Noto”, ruolo con cui viene indicato anche nelle più recenti iniziative istituzionali.

«Il furto di capolavori di Antonello da Messina dal Museo regionale di Messina è una fucilata al cuore di questa terra», dichiara Patanè.

Dal Caravaggio ad Antonello, una ferita che riapre vecchi fantasmi

È inevitabile che il pensiero torni al Caravaggio trafugato nel 1969 dall'Oratorio di San Lorenzo a Palermo, mai recuperato. Anche Lo Monaco chiude il proprio intervento evocando quella vicenda e il rischio che la Sicilia finisca per abituarsi alle copie dei capolavori perduti così come, scrive provocatoriamente, a una «copia della nostra identità siciliana». Il furto di Messina ha effettivamente riacceso a livello nazionale e internazionale il ricordo del caso Caravaggio, mentre gli inquirenti stanno valutando diverse piste per un colpo che riguarda opere talmente note da risultare estremamente difficili da collocare sul mercato legale.

Ma nelle parole di Lo Monaco, Cappa e Patanè emerge soprattutto una questione che sopravvive all'emergenza di queste ore: quanto vale davvero per la Sicilia il proprio patrimonio culturale? Non soltanto dopo un furto, un crollo o una perdita, quando arrivano indignazione e appelli, ma prima: nella programmazione, nei bilanci, negli organici, nei musei, nei depositi, nella catalogazione, nella sicurezza e nella capacità di far conoscere ai siciliani ciò che appartiene loro.

«Ringrazio il sindaco di Caltagirone che straordinariamente ha voluto un assessore alla Cultura – conclude Lo Monaco –, ma nel frattempo la città e l'intera Isola stanno perdendo la propria identità, o forse importa davvero a pochi». Uno sfogo amaro, volutamente provocatorio. Perché il furto di Antonello non riguarda soltanto le opere che oggi mancano dalle sale del museo di Messina: pone una domanda molto più grande su ciò che la Sicilia è disposta a fare, ogni giorno, per conoscere, custodire e trasformare in futuro la straordinaria bellezza che ha ricevuto in eredità.

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