Caltagirone, cronaca di un sogno utopico

La favola civile di una città perfetta, incrinata dalla realtà

A cura di Paolo Buda Paolo Buda
16 maggio 2026 08:15
Caltagirone, cronaca di un sogno utopico -
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Grande partecipazione ieri a Caltagirone all’evento organizzato dalla società civile locale a sostegno degli imprenditori recentemente vittime di due vili attentati incendiari.

Quest’ultimo atto di solidarietà del popolo caltagironese ha dimostrato ancora una volta come il “fenomeno Caltagirone” sia ormai radicato. Non si tratta più di semplici iniziative strumentali, né dell’ennesima passerella utile a una classe dirigente a cui, troppo spesso, è bastato un microfono per sentirsi statista.

Ma ripercorriamo le tappe che hanno portato Caltagirone sulle prime pagine dei giornali nazionali e internazionali.

Tutto ebbe inizio quando la Villa Comunale venne riaperta e inaugurata con la sua nuova pavimentazione. Fu lì che, per primi, i caltagironesi onesti e solidali iniziarono a incontrarsi. All’inizio con le scarpe da tennis e le tutine, durante le sessioni di jogging; poi sempre più spesso comodamente seduti sulla balconata Vella.

Fu lì che si firmò il primo vero patto sociale e politico per la città. Niente più fazioni di destra e di sinistra, ma solo la fulgida volontà di prendersi cura del bene comune. L’ascia di guerra venne sotterrata definitivamente, mentre fuori dalle antiche mura cittadine venivano rispediti quei padrini politici che per troppo tempo avevano visto la città soltanto come un serbatoio di voti.

Ma non finì lì.

Il senso civico divenne stile di vita per molti comuni cittadini, che cominciarono a rispettare le regole della cittadinanza attiva e smisero di violare persino le più basilari norme della strada.

Niente più sorpassi azzardati in città. Silenziatori alle marmitte. Musica napoletana ascoltata con le cuffiette. Bambini sotto i tre anni finalmente allacciati in sicurezza al proprio seggiolino, e non più tra le braccia della mamma sul lato passeggero o, peggio ancora, tra le razze del volante del papà alla guida.

E poi ancora: scooter con doppi specchietti fluorescenti, caschi colorati ben allacciati, auto ferme prima delle strisce pedonali per lasciare passare i pedoni, saluti cordiali tra automobilisti anche in caso di piccole distrazioni, persino quando qualcuno esitava mezzo secondo al semaforo appena diventato verde.

Ma i segnali che qualcosa stava cambiando non finivano lì.

Dopo l’ultimo passaggio dei volenterosi lavoratori del comparto ambiente, costretti per anni a raccogliere rifiuti ovunque lungo le strade, nessuno buttava più per terra né una cicca di sigaretta né la carta di un panino.

Il lancio del sacchetto dopo la scampagnata? Un vile ricordo di una vita malsana.

La fila alla stazione ecologica, composta da cittadini finalmente volenterosi, dimostrava che tutti tenevano davvero alla pulizia della propria città. Del resto, se si voleva rendere Caltagirone attraente per il turista in visita, era questo l’unico modo per entrare davvero nel mito della famosa “ospitalità meridionale”. Anche perché ormai nessuno cucinava più in casa e tutti finivano per incontrarsi al supermercato, intenti ad acquistare prodotti iperelaborati.

E poi ancora: i furti nelle campagne finirono definitivamente. Non c’era più ladro capace di entrare in città senza essere identificato da una delle tante telecamere piazzate agli ingressi stradali. Dall’altro lato dello schermo, ventiquattr’ore su ventiquattro, c’era sempre un operatore della sicurezza pronto ad allertare una delle numerose pattuglie stradali, pronte a fermare e controllare le auto dei malintenzionati.

L’apice del fenomeno si raggiunse recentemente. Fu allora che decine di giornalisti accorsero da ogni dove.

Non c’era caltagironese perbene, di quelli con i conti correnti a cinque zeri, se non a sei, che non si fosse messo a disposizione per aiutare la crescita economica della città. Tutti pagarono i propri debiti nei confronti del Comune e contribuirono alla creazione di un fondo per microprestiti destinato ai concittadini meno abbienti.

In cambio non vollero nulla. Nemmeno essere citati.

D’altronde erano già abituati a vivere nell’oblio, risvegliati soltanto dalle notifiche dello smartphone che li informavano dell’ultimo guadagno speculativo in borsa.

Ieri, dunque, piazza Falcone e Borsellino si è riempita di persone: imprenditori, famiglie, pensionati, giovani, curiosi e giornalisti. Ieri Caltagirone ha dato dimostrazione che, quando una comunità vuole davvero cambiare, le cose possono migliorare. Anche quando lo Stato sembra lontano. Anche quando la paura prova a sedersi al posto della speranza. Anche quando la rassegnazione sembra l’unica lingua rimasta.

Però forse è proprio questo il punto.

Forse è utopia.

Un sogno civile, luminoso, necessario.

E proprio per questo, oggi, terribilmente sconsolato.

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